ZOO non UMANI: Razza e specie rinchiuse nella stessa gabbia

Se chiedessimo a chiunque sia natə dalla seconda metà del ‘900 in poi cosa rappresentano gli “zoo”, l’unica risposta logica sarebbe: uno spazio in cui siano rinchiusi e si possono vedere animali selvatici. I protezionisti aggiungerebbero che quei luoghi servono a preservare le specie a rischio estinzione.

A nessunə verrebbe però in mente di associare gli zoo anche a categorie umane, eppure c’è stato un tempo in cui le esposizioni etnografiche – così venivano chiamati gli “zoo umani” – erano socialmente accettate, spacciate per educative e fonte di intrattenimento (razzista) e guadagno per chi le organizzava.

Il termine zoo umani fu utilizzato per la prima volta nel 1877 a Parigi, in occasione della prima esibizione di Nubiani. Gli zoo umani divennero una forma di intrattenimento molto popolare in Europa nel XIX secolo, durante l’epoca delle esposizioni universali. Le persone scelte per essere esibite davanti al pubblico borghese, bianco e curioso erano principalmente individui con disabilità o di origine africana. Analogamente a quanto accade oggi con gli animali, queste persone venivano collocate in habitat naturali fittizi e recintati, circondate da oggetti relativi alla loro vita quotidiana, per rendere l’esposizione più interessante e coinvolgente per i visitatori. 

Alcuni tra gli zoo umani europei e americani più conosciuti:
Jardin d’Acclimatation, Parigi (Francia. 1877-1931): originariamente giardino zoologico e botanico, ospitò numerose esposizioni di popoli non europei, chiamate “villaggi ne*ri”. Queste esposizioni includevano persone provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’Oceania.

Fiera di Bruxelles (Belgio. 1958): Comprendeva un “villaggio congolese” dove venivano esposti uomini, donne e bambinə. Questo caso fu particolarmente controverso, dato che avvenne in un’epoca in cui il mondo iniziava a riconoscere i diritti umani, la decolonizzazione era in corso e molte nazioni avevano abbandonato la pratica degli zoo umani.

Hagenbeck’s Tierpark, Amburgo (Germania. Fine 1800 inizio 1900): Carl Hagenbeck, un noto proprietario di zoo non umani, organizzò numerosi spettacoli con persone provenienti da varie parti del mondo, tra cui Inuit, Samoani e Africani. Queste popolazioni venivano presentate in “villaggi” che imitavano i loro habitat tradizionali.

Bronx Zoo, New York (1906): Ota Benga, un uomo Mbuti del Congo, fu esposto nello zoo del Bronx a inizio ‘900. Fu messo in una gabbia assieme a delle scimmie, in un chiaro esempio di razzismo e disumanizzazione. L’episodio di Ota Benga provocò proteste e indignazione ed è ricordato come uno dei più tristi episodi di zoo umani negli Stati Uniti.

St. Louis (Missouri, 1904) : Durante la fiera fu allestita una sezione dedicata alle mostre etnologiche. Nello specifico furono esposti gruppi di persone provenienti dalle Filippine con l’intento di rinforzare l’idea di superiorità culturale occidentale, legittimando il colonialismo.

Anche l’Italia fu protagonista di una esibizione etnografica. A Torino nel 1884 venne imbastito un evento per celebrare i progressi tecnologici e industriali italiani. Nella sezione dedicata alle colonie e alle popolazioni “esotiche” fu presentata una visione spettacolarizzata delle condizioni di vita tradizionali di popolazioni africane. Venne replicato un villaggio nubiano deportando 6 persone provenienti dall’Eritrea e dal Sudan. Gli organizzatori intendevano educare il pubblico italiano sulle culture e le tradizioni delle popolazioni africane, utilizzando un approccio che, a parere loro, combinava intrattenimento e didattica.
Peccato però che l’esposizione servì soprattutto a rafforzare il pensiero di espansione coloniale italiana in Africa, presentando le popolazioni colonizzate come primitive e bisognose della civilizzazione europea. Le cronache dell’epoca riportano commenti che oscillavano tra la meraviglia per l’esotismo e la conferma di pregiudizi razzisti. Questa reazione contribuì a sedimentare gli stereotipi e le gerarchie razziali e culturali, consolidando il concetto di superiorità e civiltà europea. Inoltre servì come strumento di propaganda per giustificare e sostenere le politiche coloniali italiane, contribuendo a creare consenso intorno all’idea della missione civilizzatrice del Belpaese.

Gli zoo umani contribuirono alla diffusione di questi pregiudizi razziali nei confronti di chi si allontanava dal modello di umanità europea. Finalmente, con l’avanzare del XX secolo, queste pratiche iniziarono a essere condannate sia dal punto di vista etico che scientifico, abbandonando completamente anche quelle teorie discriminatorie tanto care a Cesare Lombroso. Le critiche arrivarono da antropologi, attivisti per i diritti civili e, in seguito, dalla società in generale, portando alla loro scomparsa. Tuttavia ancora oggi, per quanto riguarda le altre specie animali, utilizziamo discorsi pseudo-scientifici per giustificare le nostre azioni nei loro confronti. La loro inferiorità, misurata su criteri selezionati unicamente da noi, ci allontana da colpe morali di ogni genere, e discorsi riguardo alla “natura” dell’uomo e alle sue necessità fisiologiche permettono di mantenere le gerarchie che rendono oggetti gli altri esseri viventi. 

Ricordarci dell’esistenza di un periodo storico in cui gli “zoo umani” erano socialmente accettati serve a proporre uno sguardo diverso sulle altre specie rinchiuse negli “zoo non umani”. Serve a mettere in evidenza gli effetti disumanizzanti del colonialismo e del razzismo da un lato e quelli oggettivanti dello specismo e del capitalismo dall’altra. Comprendere le dinamiche di sfruttamento di determinate categorie; Il confinamento forzato in ambienti recintati che tentano di ricreare quelli naturali e nativi, generando controllo e “sicurezza” che causano fortissimo stress e sofferenza a chi non ha libertà di spostamento e migrazione; Avallare la mercificazione dei corpi “esotici” e “selvaggi” che diventano profitto spacciato da intenti scientifici ed educativi; Affermare che esistano popolazioni, classi sociali e specie animali inferiori autorizza il sistema capitalista a monetizzare l’uso e l’abuso di quei corpi i quali acquistano un valore di mercato spendibile per creare profitto.

A differenza degli zoo umani, che sono stati ampiamente condannati e smantellati, almeno nella forma che conosciamo, gli zoo di animali godono ancora di un ampio consenso sociale. Questo perché molte persone vedono gli zoo non umani in modo utilitaristico, come luoghi di apprendimento, conservazione della specie e divertimento per famiglie. Non percepiscono il confinamento degli animali come una violazione della loro libertà di autodeterminarsi, con tutti i rischi che questo comporterebbe in Natura. Eppure quella condizione di reclusione totale ma fortunatamente “temporanea” che ha toccato tutta la popolazione mondiale umana durante i lockdown del 2021/22 è stata un’esperienza negativa se non addirittura tragica in molti casi (violenze domestiche, depressioni, femminicidi, suicidi) che non ci ha insegnato ancora niente sulla detenzione forzata, a qualsiasi scopo, che però applichiamo in modo arbitrario sugli altri animali.

Per riflettere e confrontarsi in modo critico, immaginando nuovi scenari possibili potremmo partire da una semplice domanda: di fronte a questo tipo di sfruttamento quali sono le nostre responsabilità e quali soluzioni possiamo costruire?

Le azioni da intraprendere non sono semplici e vanno affrontate principalmente in ottica anticapitalista e antispecista, proviamo a dare qualche spunto:

  • contrastare il bracconaggio e abolire i safari legalizzati con “trofei”;
  • focalizzarsi sulla protezione degli habitat naturali e delle specie nel loro ambiente originale piuttosto che trasferirli in cattività;
  • boicottare gli zoo non umani ed i “bioparchi” chiedendo lo spostamento in riserve naturali, senza scopo di lucro, di quei selvatici che non possono o non riescono ad essere reintrodotti in Natura. Promulgando leggi che limitino la realizzazione di nuovi zoo non umani;
  • utilizzare tecnologie immersive e documentari interattivi per creare esperienze educative e di intrattenimento realistiche che permettano alle persone di “visitare” habitat naturali senza dover vedere animali in cattività;
  • adottare politiche di “riforestazione” ovvero impegnarsi a restituire alla biodiversità, e alle popolazioni quei territori che hanno perso a causa dell’estrazione di materie, legname e coltivazioni intensive di vegetali utilizzati in zootecnia;
  • lavorare per il reinserimento degli animali nati in cattività nei loro habitat naturali, dove possibile, attraverso programmi di riabilitazione e monitoraggio;
  • promuovere una maggiore consapevolezza pubblica e collettiva sui problemi etici legati agli zoo e sull’importanza della conservazione degli habitat naturali. Integrando nei programmi scolastici l’educazione ambientale e animale, sottolineando l’importanza della biodiversità e del rispetto per tutte le forme di vita.

Queste soluzioni rappresentano un approccio multidimensionale per superare gli zoo tradizionali, mettendo l’accento sul rispetto per l’alterità animale, la conservazione degli habitat naturali e lo smantellamento definitivo, culturale e materiale, di un luogo deputato alla coercizione, allo sfruttamento e al profitto. L’auspicio è che in futuro si penserà agli zoo per non umani allo stesso modo in cui oggi pensiamo agli zoo umani: come luoghi di cui è impossibile immaginarne l’esistenza.

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