Finalmente lo abbiamo fatto. L’Italia esulta, i ministri gonfiano il petto, e la retorica nazionalista tocca vette di onanismo patriottico: la cucina italiana è Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Un “trionfo” celebrato dal Ministro Lollobrigida come una vittoria delle “nostre radici” e della “nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”, un modo per “prendersi cura di se stessi e degli altri”. Interessante scelta lessicale: prendersi cura. Di chi, esattamente? Certo non dei milioni di animali non umani sistematicamente sfruttati, smembrati e trasformati in “ingredienti” perché questa tradizione italica possa esistere.
Il linguaggio asettico del riconoscimento è una perfetta dimostrazione di come il potere operi attraverso l’occultamento semantico: non si parla mai di vitelli strappati alle madri per il parmigiano, di maiali appesi per i prosciutti, di bufale munte fino all’esaurimento. Si parla di “ingredienti di qualità”, di “stagionalità”, di “rispetto”: tutto, tranne che dei corpi reali che sostanziano questa fantomatica “identità collettiva”. Parole scelte con la precisione di chi sa che nominare alcune cose serve soprattutto a non nominarne altre. In questo caso, la violenza sistemica sugli altri animali. Assenti. Rimossi. Trasformati in silenzio strutturale.
Dove sono gli animali?
Leggendo gli articoli celebrativi e i comunicati ministeriali, si nota un vuoto assordante. L’animale, inteso come soggetto, non esiste. È vaporizzato. Il riconoscimento valorizza “l’intero sistema della cucina italiana, inteso come patrimonio vivente fatto di pratiche, ritualità, rispetto della stagionalità e trasmissione di saperi intergenerazionale”. “Patrimonio vivente”? L’ironia macabra sta nel fatto che l’unica cosa vivente in questo sistema è la violenza strutturale che lo sostiene grazie al “patrimonio morente” segregato negli allevamenti prima e scannato poi al mattatoio.
Il Consorzio della Mozzarella di Bufala Campana DOP celebra un “sistema fondato su identità e tradizione” – ma l’identità di chi? Le bufale che partoriscono in cicli forzati, i cui vitelli maschi vengono macellati a poche settimane di vita perché economicamente inutili, loro non hanno diritto all’identità? La loro sofferenza materiale, concreta, incarnata, viene dissolta nell’astrazione retorica del “patrimonio”. Viene menzionato solo come ingrediente, come prodotto, come Made in Italy. La mucca non è qualcuno, è “il Parmigiano”. Il maiale non è un individuo, è “il Prosciutto di Parma”. Questa è la violenza suprema del linguaggio specista: la cancellazione ontologica della vittima prima ancora della sua eliminazione fisica.
Il potere politico ed economico (Coldiretti in testa) costruisce una narrazione in cui l’animale è felice di farsi patrimonio. Si parla di “cura”, di “amore per la terra”. Ma che amore è quello che prevede la segregazione e la gola tagliata come fine ultimo inevitabile?
La sostenibilità come greenwashing dello sfruttamento
Il dossier UNESCO esalta le “ricette anti-spreco” come espressione di “economia e ingegno culinario”. Ah, questa fantomatica sostenibilità! Il feticcio contemporaneo che permette di continuare a sfruttare chiamandolo “responsabilità”. Non sprecare nulla dell’animale che hai ucciso non è virtù ecologica, è semplicemente l’ottimizzazione capitalistica della violenza. È il massimo profitto estratto da ogni grammo di sofferenza. La sostenibilità evocata in questi discorsi è funzionale, non etica. Serve a garantire la continuità del modello agro-zootecnico che non viene mai messo in discussione. Si parla di rispetto per il cibo, mai di rispetto per chi quel cibo era. Il vivente di altra specie viene ridotto a risorsa da gestire al meglio, non a soggetto con cui ridefinire una relazione.
Inoltre, la narrazione della cucina “povera” maschera il fatto che i poveri venivano nutriti con gli scarti dello sfruttamento animale (interiora, frattaglie) mentre i ricchi si prendevano i tagli pregiati. La tradizione “popolare” è in realtà una doppia oppressione: dei contadini poveri e degli altri animali. Celebrarla significa distorcere e creare una versione romantica della miseria umana e animale insieme.
Il nazionalismo gastronomico come ideologia specista
La premier Meloni definisce la cucina italiana “il nostro ambasciatore più formidabile”, mentre il ministro Giuli celebra il riconoscimento di un bene che “racconta le nostre radici, la nostra identità”. Eccolo, il nazionalismo culinario nella sua forma più pura. L’identità nazionale costruita sui corpi colonizzati degli altri animali. Il potere politico che si legittima attraverso la glorificazione di pratiche di dominio presentate come cultura.
I Consorzi e Coldiretti festeggiano celebrando “la tradizione culinaria delle campagne” e “i mille piatti regionali” che generano 251 miliardi di euro. Finalmente un po’ di onestà: di questo si tratta, di economia. Di un’industria gigantesca che ha bisogno di legittimazione culturale per continuare a operare. L’UNESCO fornisce la patina di nobiltà a un sistema di produzione che trasforma esseri senzienti in PIL. È pura e semplice operazione economica. Turismo, export, brand Italia. La cucina diventa una leva di consenso che trasforma lo sfruttamento sistemico in valore simbolico ed economico. Il patrimonio nazionale, qui, coincide con la capacità di estrarre profitto continuo dai corpi di altri animali, senza mai doverne rendere conto.
Colonialismo gastronomico: chi decide cosa è “patrimonio dell’umanità”?
Ricordiamo anche che l’UNESCO, organismo profondamente occidentale nelle sue logiche e nei suoi criteri, certifica come “patrimonio dell’umanità” le pratiche culinarie di una nazione del Nord globale, ricca, bianca, europea. E lo fa mentre innumerevoli tradizioni alimentari a base vegetale di culture non-occidentali vengono sistematicamente ignorate, marginalizzate, o al massimo esotizzate come curiosità folkloristiche.
Dove sono i riconoscimenti per le sofisticate cucine vegetali dell’India, dell’Etiopia, di comunità indigene che hanno sviluppato per millenni relazioni non-estrattive con il mondo non-umano? Ah già, quelle non generano 251 miliardi di euro, non hanno Consorzi e lobbies, non hanno un governo che le promuove come “ambasciatori”. Il messaggio è cristallino: il patrimonio degno di riconoscimento è quello che serve il capitale e conferma l’egemonia culturale occidentale.
Questa è violenza epistemica: decidere cosa conta come cultura, cosa merita protezione, cosa va tramandato. E la decisione è sempre la stessa: ciò che conferma le strutture di potere esistenti. La cucina italiana può essere patrimonio perché è funzionale al mantenimento dello status quo specista e capitalista. Le alternative vegetali, specialmente quelle che vengono da culture subalterne, restano invisibili. Il colonialismo gastronomico opera così: universalizza le pratiche del dominatore e marginalizza quelle del dominato.
La trasmissione intergenerazionale della violenza normalizzata
Il riconoscimento celebra “la trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni”. Ma cosa stiamo trasmettendo esattamente?
La capacità di non riconoscere la sofferenza quando è codificata come tradizione. L’abilità di scindere il ragù dal manzo, il prosciutto dal maiale, la mozzarella dalla bufala sfruttata. Si tramanda la cecità volontaria, elevata a sistema pedagogico. Le nonne che insegnano le ricette insegnano anche, implicitamente, che alcuni corpi esistono solo come materia prima, che alcune vite valgono solo in quanto funzionali al piacere altrui. Stiamo trasmettendo la tecnologia del dominio. La “sapienza” del norcino non è altro che l’arte raffinata di sezionare un corpo che voleva vivere, trasformando muscoli, grasso e sangue in “eccellenze”. La fetta di prosciutto è il corpo di un animale ucciso, il formaggio è la secrezione sottratta a una madre a cui è stato strappato il figlio. Elevare queste pratiche a “Patrimonio dell’Umanità” significa sacralizzare la violenza sistemica. La tradizione diventa l’assoluzione: “Lo facciamo da secoli, quindi è cultura”. Come se la durata di un’oppressione ne giustificasse l’etica.
L’intimità con il cibo come distanza dai corpi
L’esperienza culinaria italiana viene descritta come caratterizzata da “un profondo senso di intimità con il cibo”. Ma è esattamente il contrario: è la massima distanza possibile. L’intimità vera richiederebbe il riconoscimento dell’altro come soggetto, la consapevolezza della relazione di potere asimmetrica, l’ammissione della violenza. Invece, ciò che viene celebrato come intimità è in realtà l’alienazione perfettamente compiuta: il prodotto finale completamente scisso dal processo che lo ha generato, il sapore separato dalla sofferenza, il piacere purificato dalla violenza che lo rende possibile.
La carne come status symbol: classismo mascherato da salute
E poi c’è l’ipocrisia monumentale della retorica sulla “dieta mediterranea” come modello di salute e benessere. Ciò che questa narrazione omette sistematicamente è che le comunità contadine storiche mangiavano animali raramente, per pura necessità economica. La loro alimentazione era prevalentemente vegetale non per scelta etica ma per impossibilità materiale di accedere alla carne. E quelle comunità, guarda caso, godevano di salute migliore rispetto alle generazioni successive.
Ma appena la mobilità sociale lo ha permesso, appena il boom economico ha reso la carne accessibile, il consumo di corpi animali è esploso. Perché? Perché mangiare carne è sempre stato un marcatore di classe, un segno di status, la dimostrazione materiale di essere usciti dalla povertà. La “tradizione” culinaria italiana che l’UNESCO celebra è in gran parte una tradizione post-bellica, costruita sull’accesso di massa a un privilegio che prima era riservato ai ricchi.
Chiamare tutto questo “patrimonio” significa santificare il momento in cui lo sfruttamento animale si è democratizzato, è diventato accessibile anche alle classi subalterne. È la celebrazione dell’avvenuta integrazione dei poveri nel sistema di dominio: adesso anche loro possono partecipare all’oppressione, anche loro possono sentirsi padroni di qualcuno (dei corpi degli altri animali). Il consumo di carne come riscatto sociale: quale confessione più brutale del legame tra capitalismo, classismo e specismo?
I corpi umani sacrificabili: chi lavora perché tu possa “non vedere”
Ma c’è un altro strato di violenza occultata in questa celebrazione: il lavoro nei mattatoi, nelle macellerie industriali, negli stabilimenti di lavorazione. Chi fa materialmente il lavoro sporco che permette la trasformazione dell’animale vivo in “ingrediente”? Chi smembra, chi scuoia, chi pulisce le interiora, chi sta in piedi dodici ore al giorno nella catena di montaggio della morte?
Migranti, spesso irregolari, ricattabili, sfruttati, sottopagati, traumatizzati. Corpi umani marginalizzati che fanno il lavoro che la società preferisce non vedere, esattamente come preferisce non vedere gli altri animali. La “tradizione” culinaria italiana si regge su una doppia invisibilizzazione: degli animali smembrati e dei lavoratori che li smembrano. Il privilegio del consumatore è duplice: non deve uccidere l’animale né confrontarsi con chi lo fa per lui. Gli studi sul trauma psicologico dei lavoratori dei mattatoi sono devastanti: alti tassi di PTSD, depressione, abuso di sostanze, violenza domestica. La violenza contro gli animali non-umani contamina chi è costretto a perpetrarla, e questa contaminazione viene scaricata su altre vittime: partner, figli, comunità. Ma di questo l’UNESCO non parla. I Consorzi non lo menzionano. La premier non lo celebra come “ambasciatore”.
La “tradizione” richiede sacrifici umani oltre che animali. Richiede che alcuni corpi – quelli migranti, quelli poveri, quelli razzializzati – si sporchino di sangue perché altri possano mantenere le mani pulite e la coscienza tranquilla. Richiede una classe di lavoratori psicologicamente devastati che assorbano il trauma della violenza sistematica perché la società possa continuare a non vedere, a non sapere, a celebrare.
Questa è la materialità completa dello sfruttamento: non solo animali ridotti a oggetti, ma anche esseri umani ridotti a strumenti della macellazione, intrappolati in un sistema che li usa e li scarta con la stessa indifferenza con cui usa e scarta gli animali. L’intersezionalità dell’oppressione non è una metafora: è la struttura concreta che permette al “patrimonio” di esistere.
Il futuro sequestrato
Ed ecco il punto forse più pericoloso, quello che le istituzioni evitano come si evita una parola proibita. Dichiarare la cucina italiana patrimonio immateriale significa congelare il presente e sequestrare il futuro. Se ciò che mangiamo oggi è patrimonio da proteggere, ogni trasformazione radicale diventa una minaccia. L’antispecismo non è più una proposta politica, diventa un attentato economico e culturale. Gli altri animali vengono trasformati in ostaggi della tradizione: sacrificabili ieri, oggi e domani, perché “così si è sempre fatto”. E questo non può essere accettabile. La cultura non è un museo, le relazioni non sono eterne. Difendere la tradizione come reliquia significa scegliere la stasi mentre i corpi pagano il prezzo della continuità. È una politica della conservazione che conserva solo il potere, mai la vita.La tradizione culinaria italiana viene raccontata come un flusso armonioso che attraversa i secoli, una saggezza popolare sedimentata. In realtà, è una narrazione autoassolutoria che congela pratiche violente rendendole intoccabili. Se qualcosa è tradizione, non si discute. Se non si discute, non si trasforma. Gli altri animali restano materia prima, ingredienti naturali di un racconto che li consuma due volte: prima nei corpi, poi nel linguaggio.
Decostruire il patrimonio, riconoscere lo sfruttamento
Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana come patrimonio dell’umanità è l’ennesima dimostrazione di come le strutture di potere operino attraverso la glorificazione culturale dello sfruttamento sistemico. Tradizione, sostenibilità, identità, comunità: tutte categorie che funzionano magnificamente per occultare la materialità della violenza antropocapitalista.
Finché continueremo a celebrare pratiche culturali costruite sullo sfruttamento degli altri animali senza nominare questo sfruttamento, senza metterlo in discussione, senza riconoscere che non esistono tradizioni neutre ma solo configurazioni storiche di potere che possono e devono essere trasformate, continueremo a perpetuare un’egemonia culturale che si nutre letteralmente della cancellazione dell’Altro animale.
Il vero patrimonio dell’umanità dovrebbe essere la capacità di riconoscere la violenza anche quando è mascherata da cultura, e di avere il coraggio di cambiarla.


