Ecco l’ennesima genialata in prosa antropocentrica firmata da Camillo Langone su Il Foglio, il quale con la consueta eleganza intellettuale ci regala un articolo dal titolo modesto: “Chi è contro gli allevamenti intensivi non fa un uso intensivo del cervello”.
Già dal titolo si capisce che avremo a che fare con un campione di obiettività giornalistica, uno di quelli che non ha mai sentito parlare di conflitti di interesse o di lobby della carne.
Il Falso Dilemma: Lager Industriali vs. Natura Selvaggia
Camillo Langone ci presenta un capolavoro di falsa dicotomia : o accetti i lager industriali dove gli animali vivono in condizioni di tortura sistematica, oppure li lasci allo stato brado in balia delle volpi cattive. Come se l’umanità non avesse mai sentito parlare di vie di mezzo, di sistemi alternativi, di… oh aspetta… di non allevare miliardi di animali per poi massacrarli!
Il nostro eroe della penna descrive con partecipazione il dramma delle galline terrorizzate dalle poiane, ma curiosamente non spende una parola per i broiler stipati in capannoni senza mai vedere la luce del sole, con il corpo deforme e le zampe che crescono storte per il peso artificiale, mutilati senza anestesia. Evidentemente quel tipo di terrore non conta: è terrore “produttivo”.
La Logica della Sicurezza Assoluta: Quando la Prigione Diventa Libertà
Ma seguiamo fino in fondo la logica dell’articolista: gli animali allo stato brado rischiano di essere predati, quindi è meglio rinchiuderli per “proteggerli”. È una logica talmente brillante che potremmo applicarla anche agli umani! Pensateci: ogni giorno rischiamo incidenti stradali, rapine, malattie, calamità naturali. Ogni volta che usciamo di casa mettiamo a repentaglio la nostra incolumità. Seguendo il ragionamento de Il Foglio, la soluzione più logica sarebbe rinchiudere tutti gli esseri umani in celle di massima sicurezza: niente più morti per incidenti, niente più crimini, niente più rischi! Certo, non sarebbe propriamente “vita”, ma almeno saremmo al sicuro.
E poi, pensate al risparmio per il sistema sanitario!
L’autore si lamenta anche del fatto che allevare allo stato brado comporti “troppi sacrifici” e troppe perdite economiche. Ah, le famose “perdite”! Perché chiamare “morti” quegli animali quando si può usare un elegante eufemismo contabile? È lo stesso linguaggio asettico dell’industria della carne: gli altri animali non muoiono, si “perdono”. Non soffrono, “producono”. Non vengono uccisi, vengono “processati”.
L’Empatia Selettiva: gli Allevatori Diventano le Vere Vittime
Notevole anche il ribaltamento della narrazione: chi sono le vere vittime? Gli animali torturati a miliardi? Macché! Sono gli allevatori “etici” che “rischiano di morire di fame o di fatica”. Poveri, costretti a sfruttare esseri senzienti per… controllare le lacrime… senza avere ne riposi ne vacanze rispetto a quei privilegiati che lavorano negli allevamenti intensivi!
È il classico specismo travestito da solidarietà di classe: si fa finta di preoccuparsi dei lavoratori per giustificare lo sfruttamento animale, come se l’unica alternativa occupazionale fosse torturare polli. Perché mai investire in agricoltura sostenibile o in settori che non richiedano l’inflizione di sofferenza sistematica quali la riconversione al vegetale?
Ma la vera chicca è quando l’autore si lamenta che l’allevamento estensivo comporti “un guadagno misero” e “troppe perdite”. Povero allevatore! Non riesce a massimizzare i profitti perché quegli stupidi animali hanno la pretesa di… vivere secondo la propria etologia invece che come macchine da produzione! È davvero inaccettabile che degli esseri viventi non si comportino come oggetti inanimati ottimizzati per il profitto.
(E sia ben chiaro, l’allevamento etico non esiste. Il benessere animale, in campo zootecnico, nemmeno!)
La Naturalizzazione della Violenza
Camillo bello ci ricorda che “la natura è terribile” tirando fuori la solita fallacia che descrive la natura soltanto di estremi: Bellissima e feroce. Di certo a guardarci intorno potremmo dire la stessa cosa della “natura” costruita dalla specie umana: Omicidi, guerre, genocidi, stupri sistematici, diseguaglianze sociali, oppressioni a vari livelli… ok, ci fermiamo!
Ma tenendogli il gioco, siccome in natura gli animali si mangiano tra loro, noi “esseri superiori” abbiamo sviluppato questa cosa chiamata “etica” proprio per superare tale brutalità. Ma no, secondo la logica dell’articolo, siccome esistono le volpi cattive, allora la soluzione è rinchiudere milioni di animali in spazi microscopici, alimentarli con antibiotici, mutilarli e infine trucidarli su nastri trasportatori. Langone, chapeau!
Il Vero Non-Uso Intensivo del Cervello
Ironicamente, l’articolo che accusa le persone antispeciste di non usare il cervello è un perfetto esempio di come si possa scrivere senza attivare una sola sinapsi critica. Zero menzione del disastro ambientale degli allevamenti, zero considerazione per la sofferenza animale, zero riconoscimento della violenza sistematica che caratterizza l’industria zootecnica, zero menzione per chi in quei luoghi molto spesso lavora sotto ricatto.
L’unico “uso intensivo” che si vede qui è quello del cinismo e del disprezzo per chiunque osi mettere in discussione lo status quo dello sfruttamento animale.
Le “Signorine di Città”: Quando il Maschilismo Incontra lo Specismo
Poi c’è un’altra perla retorica che attraversa tutto l’articolo: le “signorine sensibili di città”. In una sola espressione l’autore riesce a squalificare contemporaneamente le donne (ridotte a “signorine”), la sensibilità (ovviamente da deridere, perché associata al femminile) e l’urbanità (perché si sa, solo i rurali capiscono la vera vita).
È la classica strategia del mansplaining specista: se ti opponi al massacro industriale di miliardi di animali, evidentemente sei una donnina emotiva e ignorante che non capisce niente del “mondo reale”. A tal proposito viene tirata in ballo Giulia Innocenzi che viene liquidata come una sprovveduta che “non lo sa”. Invece il signorino Camillo ne sa a pacchi!
Langone e la Macchina Capitalista: Quando il Sistema Digerisce Tutto
Non sorprende che un articolo del genere arrivi da Il Foglio e dalla penna di chi, come Langone, è fanboy di una società capitalista che ha fatto della massimizzazione dei corpi la sua religione. Il capitalismo moderno è una macchina divoratrice che trasforma qualsiasi forma di vita in “risorsa”: i lavoratori diventano “risorse umane”, gli animali “risorse alimentari”, la natura “risorsa da sfruttare”. In questo sistema, denunciare rappresenta un virus pericoloso perché mette in discussione il principio fondamentale: tutto deve essere trasformato in profitto, tutto deve sfamare la macchina. Le “signorine di città” sono pericolose non perché sbagliano, ma perché vedono. Vedere e contestare questi ingranaggi non risulta giusto e doveroso bensì sovversivo. E una delle modalità per squalificare il dissenso è deridere. Proprio come fa l’autore del pezzo.
Il Privilegio di Non Vedere
Questo articolo rappresenta il privilegio specista nella sua forma più pura: la capacità di ignorare completamente la violenza sistematica perpetrata su miliardi di esseri senzienti, ridicolizzando chi la denuncia. È il comfort di chi può permettersi di non vedere, di non sentire, di non pensare alle conseguenze delle proprie scelte e a quelle imposte dal mercato. Le “signorine di città” continueranno a denunciare gli orrori che lo specismo vuole nascondere mentre gli articolisti de Il Foglio continueranno a masticare luoghi comuni insieme alla loro bistecca quotidiana pur di giustificare l’ingiustificabile. Perché alla fine, l’unico “uso intensivo” che si vede in questo articolo è quello del disprezzo per le altre specie e per chi disvela quotidianamente i meccanismi feroci del sistema. E su questo la Natura ha ancora molto da imparare da noi animali umani.

