RISPETTO. DIGNITÀ. CURA (ti ammazzo nel nome del benessere e del profitto)

Ah, l’idilliaco mondo del maiale felice che corre libero nei campi, coccolato dal sole toscano e dalla brezza leggera, che grufola contento e si crogiola nel fango, destinato però a diventare il “miglior panino d’Europa”. Una visione che incanta e rassicura, una favola moderna venduta ai consumatori con la promessa di sostenibilità, benessere animale e qualità senza pari. Ma dietro questa narrazione romantica, cosa si nasconde davvero?

Partiamo dall’idea stessa di “benessere animale”. È una parola che sembra fuoriuscita da un manuale di marketing più che da un trattato etico. Parlare di rispetto e dignità per un animale il cui corpo viene messo all’ingrasso e destinato alla macellazione suona paradossale, se non addirittura cinico. Possiamo davvero sostenere che un maiale sia “rispettato” solo perché ha vissuto all’aperto, magari sotto il cielo stellato? Il concetto di benessere viene pervertito e ridotto a una facciata patinata, dove il libero pascolo non è altro che una parentesi di libertà illusoria, preludio a un finale inevitabile e cruento. La comunicazione che accompagna la campagna pubblicitaria cerca questa parvenza di eticità utilizzando 3 parole, anzi i 3 ingredienti vincenti: Rispetto. Dignità. Cura.
Ma possiamo davvero pensare, ad esempio in un contesto sociale umano, che questi tre concetti siano barattabili con la nostra vita. Potremmo accettare di essere rispettatə in un ambiente che ci “dona” dignità e cura (intesa come possibilità di avere dei pasti quotidiani) sapendo che ci verranno tolti in qualsiasi momento, o meglio con una “data di scadenza”, per esigenze di mercato? Anzi, questi tre concetti serviranno a vendere meglio ciò che siamo ovvero merci che devono soddisfare un’offerta.  

La retorica della “sostenibilità” è un’altra colonna portante di questa narrazione ingannevole. Si vuole far credere che allevare animali all’aperto, nutrendoli con prodotti locali, rappresenti una pratica 100% sostenibile. Ma la realtà è ben diversa. Non esiste un modo sostenibile di allevare animali per la carne. Ogni allevamento, per quanto “naturale” possa essere spacciato, implica un consumo massiccio di risorse – acqua, terra, mangimi – che potrebbero essere destinati a coltivazioni direttamente utili all’uomo, senza passare per l’inefficiente filtro dell’allevamento animale. Parlare di sostenibilità in questo contesto è un insulto alla vera sostenibilità, che dovrebbe mirare a ridurre al minimo l’impatto ambientale – ad esempio attraverso una riconversione al vegetale slegata però da GDO e mentalità capitalista – non a camuffarlo con un’etichetta di facciata.

E poi, c’è la questione della qualità della carne, il pezzo forte della narrazione di Porcobrado. Si elogia la “lentezza” della crescita dei maiali, il loro accumulo di grasso “buono”, la bontà intrinseca di una carne che “si scioglie in bocca”. Ma a che prezzo? Per chi è davvero questo lusso? Sicuramente non per il maiale che, nonostante tutte le libertà che gli vengono concesse, finirà comunque sotto il coltello. La qualità della carne, venduta come un atto di amore per il consumatore, è in realtà il risultato di un processo che non ha nulla di amorevole per chi quella carne la fornisce con la propria vita.

Infine, l’idea romantica di Porcobrado, riportata sul loro sito, come simbolo di libertà – “un viaggio in motocicletta”, “un bagno a mezzanotte” – è l’ultima beffa di questa narrazione stucchevole. Si cerca di rendere il consumo di carne una sorta di esperienza estetica, una comunione con la natura che, invece, nega la più cruda delle realtà: che dietro ogni boccone c’è la vita di un individuo, una vita che, per quanto “libera”, è comunque stata spezzata per soddisfare un profitto gastronomico.

Quindi, dietro la facciata scintillante di Porcobrado, e di tutte quelle realtà che si spacciano rispettose ed etiche, si cela la stessa vecchia storia: la sofferenza e la mercificazione degli altri animali travestita da benessere, l’impatto ambientale mascherato da sostenibilità, e una narrazione costruita per far sentire i consumatori a proprio agio con una scelta che, in fondo, non ha nulla di etico. Altro che libertà: questa è solo un’altra forma di sfruttamento, confezionata con un fiocco colorato e venduta come un sogno o esperienza da provare. Ma è un sogno che, alla fine, si rivela un incubo, almeno per i maiali.

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