Primo Piano Sull’Alterità (sguardi antispecisti sul Cinema contemporaneo)

Ogni volta che accendiamo un proiettore, liberiamo fantasmi. Non quelli che vuole evocare chi si siede dietro una macchina da presa, ma quelli che si annidano nelle pieghe delle immagini, nei gesti inconsci degli attori, nelle architetture narrative che diamo per scontate. Il cinema parla sempre di più di quello che vuole dire, e quello che dice di più – senza saperlo – è come trattiamo chi consideriamo “altro” da noi.

Un asino che attraversa l’Europa in EO, un uomo deforme esibito nei baracconi vittoriani in The Elephant Man, androidi braccati nelle campagne asiatiche in The Creator: storie apparentemente diverse che condividono la stessa grammatica profonda. Sono tutte variazioni dello stesso tema: cosa succede quando qualcuno – o qualcosa – minaccia i confini che abbiamo tracciato intorno alla nostra umanità?
Questo opuscolo nasce da una semplice intuizione: il cinema contemporaneo è ossessionato dall’alterità, anche quando finge di non accorgersene. Ogni film che racconta l’esclusione dell’immigrato parla anche dell’animale rinchiuso nell’allevamento. Ogni storia di discriminazione razziale echeggia nelle gabbie degli zoo. Ogni rappresentazione del “diversə” che viene normalizzatə, curatə, integratə replica i meccanismi con cui addomestichiamo, controlliamo, sfruttiamo tutto ciò che non riconosciamo come nostro simile. Non è un caso che per secoli si sia detto “trattato come una bestia” per descrivere la peggiore delle violenze umane. L’animalizzazione è sempre stata la premessa dell’oppressione: prima si toglie all’altro lo statuto di persona, poi si può fare di ləi quello che si vuole. Il cinema, specchio fedele delle nostre ossessioni collettive, documenta incessantemente questo processo senza mai chiamarlo per nome. O quasi mai.

Le riflessioni che seguono non sono esercizi di sovra-interpretazione. Sono tentativi di decodifica, mappe per navigare in territori che conosciamo ma fatichiamo a nominare. Perché se è vero che il cinema ci racconta chi siamo, è altrettanto vero che lo fa soprattutto attraverso chi escludiamo. Ogni pellicola che analizziamo (sia detto, in modo amatoriale, da attivistə) rivela connessioni impreviste: il paternalismo coloniale e quello veterinario, l’industria dell’intrattenimento e quella zootecnica, la violenza di genere e quella di specie. Non sono analogie forzate ma strutture profonde, radici comuni che alimentano alberi diversi della stessa foresta dell’oppressione. Questo non significa che ogni film sia consapevolmente politico, o che ogni regista sia segretamente impegnato in battaglie di liberazione. Significa invece che viviamo in una società dove i rapporti di forza sono così pervasivi da infiltrarsi anche nelle storie che raccontiamo per distrarci da essi. Il cinema è politico non perché vuole esserlo, ma perché non può non esserlo.

Leggere un film “contro pelo” – per usare l’espressione di Walter Benjamin – significa cercare nelle immagini quello che resistono a dire, scovare nelle narrazioni dominanti le tracce delle narrazioni represse. È un lavoro di archeologia dell’immaginario, di scavo nelle stratificazioni del senso. Non promettiamo rivelazioni sconvolgenti o teorie rivoluzionarie. Promettiamo invece uno sguardo diverso, una lente che mette a fuoco dettagli che normalmente restano sfocati. Perché a volte basta spostare leggermente il punto di vista per accorgersi che la storia che stavamo guardando non era affatto quella che pensavamo di vedere.

In fondo, questo è quello che fa il cinema migliore e ci sentiamo di aggiungere, anche l’attivismo radicale: ci costringe a guardare di nuovo, a vedere diversamente, a mettere in discussione quello che davamo per scontato. Noi proviamo semplicemente a restituire il favore.

Le recensioni che seguono sono state scritte nel 2025. I film analizzati non sono stati scelti per la loro qualità estetica né per la loro esplicita adesione a cause politiche, ma per la loro capacità di rivelare, spesso involontariamente, i meccanismi attraverso cui la nostra società produce e giustifica l’esclusione dell’altro. Ogni testo può essere letto autonomamente, ma l’insieme compone una mappa coerente di come il cinema contemporaneo riesce ad indagare l’oppressione specista pur non manifestandola in primo piano (o ignorandola completamente). L’ordine delle recensioni non segue nessuna direzione filologica bensì l’ordine di arrivo in “redazione” dei testi.

Qua sotto puoi scaricare gratuitamente il file PDF, ci farebbe tantissimo piacere avere un tuo feedback dopo la lettura (critiche, consigli, proposte di future recensioni, etc.). Questa è la nostra email: a4_animals@yahoo.com (tra a4 e animals c’èun trattino basso).