Pedagogia del Profitto: Mentire a scuola per fidelizzare lo specismo

La scuola pubblica italiana da anni è diventata terreno di conquista per le lobby dello sfruttamento animale. Mentre fingono di proclamare la neutralità educativa, le istituzioni scolastiche sono state trasformate in strumenti di propaganda per l'industria zootecnica e venatoria. Non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia politica precisa: normalizzare la violenza sugli animali attraverso la pedagogia dell'occultamento e della falsificazione della realtà. 

La scuola pubblica italiana da anni è diventata terreno di conquista per le lobby dello sfruttamento animale. Mentre fingono di proclamare la neutralità educativa, le istituzioni scolastiche sono state trasformate in strumenti di propaganda per l’industria zootecnica e venatoria. Non si tratta di episodi isolati, ma di una strategia politica precisa: normalizzare la violenza sugli animali attraverso la pedagogia dell’occultamento e della falsificazione della realtà. 

E quando accade l’inverso, portare alla luce lo sfruttamenti degli altri animali, succede l’apocalisse. Con tanto di interrogazione parlamentare, ce lo fa sapere Eleonora Evi (deputata del PD) attraverso i suoi canali social e noi non potevamo non analizzare alcuni episodi in cui la propaganda specista in questi anni si è infiltrata – e  continua a farlo – nelle istituzioni scolastiche con il beneplacito di esponenti politici, associazioni di categoria e di una certa cultura conservatrice pronta a battersi con qualsiasi mezzo pur di mantenere intatti quei “valori” basati sul dominio e l’oppressione di altre categorie di viventi (e qui estendiamo il concetto anche a quelle umane).

Il caso del “Diario Amico”: quando la verità diventa sovversiva

La vicenda del Diario Amico nelle scuole del Verbano-Cusio-Ossola rende bene l’idea del clima repressivo che circonda qualsiasi tentativo di raccontare la verità sullo sfruttamento animale. Quando un diario scolastico ha osato mostrare mucche con cartelli “Non sfruttateci” e ha invitato a considerare alternative vegetali al latte, le associazioni di allevatori hanno scatenato una crociata censoria, arrivando a invocare l’intervento del Ministero dell’Istruzione per la distruzione fisica di tutte le copie, in pieno stile Fahrenheit 451.
Chiamare “disinformazione” la semplice rappresentazione della realtà (“Mi fanno partorire per poi sfruttarmi e mettere il latte in vendita”) rivela la fragilità ideologica dell’industria dello sfruttamento: la verità è il loro peggior nemico. Quelle definite “assurdità vegano-animaliste” sono semplicemente la descrizione fattuale di ciò che accade ogni giorno in qualsiasi allevamento nel mondo: un ciclo di sfruttamento in cui gli animali esistono unicamente come mezzi di produzione.
L’isteria con cui si è reagito a un diario scolastico dimostra quanto sia cruciale per l’industria mantenere il monopolio narrativo fin dall’infanzia. Scoprire troppo presto che il latte richiede la separazione traumatica di madri e vitelli, che ogni animale “da reddito” finisce prematuramente al macello, potrebbe creare quella spinta collettiva che porterebbe l’intero sistema in crisi di consenso.

1. La filiera della carne: burocratizzare l’uccisione animale

Il materiale didattico La filiera della carne: dall’allevamento alla tavola, distribuito in diversi istituti scolastici piemontesi, rappresenta un chiaro esempio di creatività linguistica al servizio dell’ideologia specista. Gli animali vengono sistematicamente de-soggettivizzati attraverso il linguaggio tecnico-amministrativo:

  • “Registrazione” invece di schedatura forzata;
  • “Marca auricolare come carta d’identità” invece di marchiatura a fuoco o con dispositivi metallici forati nell’orecchio;
  • “Tracciabilità” invece di controllo totalitario dalla nascita forzata alla morte programmata;

Questa neolingua orwelliana serve a cancellare l’individuo senziente dietro il codice a barre. Un vitello non è più un essere con una biografia, relazioni, emozioni, ma un IT-1765-L-CE: un oggetto catalogato, una merce tracciabile.
La sezione sulla macellazione è pure peggio, raggiungendo vette di spietato cinismo: si afferma che “la macellazione avviene secondo il rispetto di norme di benessere precise […] che garantiscono che l’animale non avverta stress o dolore”. Questa è una menzogna tecnica: è biologicamente impossibile che un mammifero non provi terrore nell’odorare il sangue dei propri simili, nell’essere separato dal gruppo, immobilizzato, stordito (spesso in modo inefficace) e sgozzato. Dopo aver affrontato pure un viaggio di diverse ore in tir stipati all’inverosimile.
Il concetto stesso di “macellazione rispettosa” è un ossimoro ideologico, come parlare di “genocidio consensuale” o “sfruttamento etico dei lavoratorə”. Si uccide non per sopravvivenza estrema ma per puro profitto e “tradizione”, a una frazione infinitesimale della propria aspettativa di vita naturale. Chiamarlo rispetto è violenza semantica.

2. “Latte nelle Scuole”: l’indottrinamento precoce finanziato dall’UE

Il programma Latte nelle Scuole, finanziato dall‘Unione Europea e realizzato dal Ministero delle Politiche Agricole, è propaganda di Stato mascherata da educazione alimentare. Rivolto ai bambini delle primarie, utilizza la gamification (il topolino Tino, le attività ludiche) per creare associazioni emotive positive con prodotti ottenuti attraverso lo sfruttamento sistemico.

Il materiale presenta un mondo pastorale di fantasia:

  • “Il pascolo è il primo ingrediente di un buon formaggio!”
  • “Gli animali al pascolo brucano le erbe e i fiori freschi del prato”;
  • “La bovina è un animale placido, che dà carne e latte indispensabili per l’alimentazione umana. L’uomo l’ha sempre rispettata e protetta”;

Tutto falso. Tutto occultato. Le verità sistematicamente censurate:

a) La violenza riproduttiva
Le vacche vengono inseminate artificialmente (violenza sessuale riproduttiva tramite contenzione forzata e penetrazione) in cicli continui per mantenere la lattazione. Non sono “animali che danno latte”, ma femmine costrette a gravidanze infinite.

b) La separazione madre-vitello
Entro 24-48 ore dalla nascita, il vitello viene strappato alla madre. Le mucche muggiscono per giorni, cercando disperatamente i loro piccoli. Questa è una violenza psicologica documentata scientificamente, ma totalmente cancellata nei materiali scolastici.

c) Il destino dei vitelli maschi
Considerati scarti della produzione lattiera (non producono latte, non crescono abbastanza velocemente per la carne), vengono spesso uccisi immediatamente o dopo pochi mesi di vita in condizioni di deprivazione. Sono i desaparecidos dell’industria casearia.

d) Lo sfruttamento produttivo
Le vacche “moderne” sono state selezionate geneticamente per produrre quantità innaturali di latte (fino a 10 volte superiori al fabbisogno di un vitello), causando mastiti croniche, zoppie, collassi metabolici. Sono corpi modificati e spremuti fino all’esaurimento.

e) Il macello alla fine
Quando la produttività cala (dopo 4-6 anni invece dei 20-25 di vita naturale), le mucche “da latte” diventano “da carne”, finiscono comunque al mattatoio, esauste e consumate. Il loro corpo diventa hamburger di bassa qualità.

3. L’offensiva venatoria: sparare come “arte” e “tradizione”

Se l’industria zootecnica lavora attraverso l’occultamento, il mondo venatorio sceglie la strategia opposta: la normalizzazione retorica della violenza come valore culturale.
È ciclica la proposta di associazioni venatorie e partiti principalmente reazionari di inserire la caccia nei programmi scolastici come “arte venatoria” da difendere dai “pregiudizi”, questa rappresenta un’escalation qualitativa. Non si tratta più solo di nascondere lo sfruttamento (come per latte e carne), ma di celebrarlo apertamente come patrimonio educativo.

La strategia retorica è nota:

  • Sostituire “uccidere animali per divertimento, sport e amore per la natura” con “arte venatoria”;
  • Trasformare la critica etica in “pregiudizio” da combattere;
  • Invocare “tradizione”, “cultura”, “biodiversità” per legittimare la violenza;

Barbara Mazzali (FdI, Lombardia) in una sua proposta ha sostenuto che lo studio della caccia porterebbe alla conoscenza di “boschi e profumi, campi coltivati e biodiversità, la botanica, le scienze, l’agricoltura, la geografia, la storia e la cucina”. Dopo le polemiche, ha precisato di non aver mai proposto di insegnare a “sparare agli animali”, ma solo di trasmettere il “patrimonio di saperi e tradizioni profondamente radicate nell’arte venatoria”.
Questa è malafede dialettica. La caccia è sparare agli animali. Tutto il resto (botanica, geografia, storia) può essere insegnato benissimo senza associarlo all’uccisione. Sostenere che per apprezzare i boschi bisogna imparare a sparare ai loro abitanti è come dire che per studiare architettura bisogna bombardare edifici.
La “tradizione” viene invocata come argomento autovalidante, ma la tradizione di per sé non legittima nulla: anche lo schiavismo, il patriarcato, il lavoro minorile erano “tradizioni”.

La convergenza politica dello specismo istituzionale

Non è casuale che queste offensive provengano da settori specifici dello spettro politico (centrodestra conservatore, lobby agroindustriali, anche se una certa sinistra non si è nemmeno mai opposta alla caccia) e trovino sponde istituzionali ai massimi livelli (Ministeri, Regioni, finanziamenti UE). Lo specismo non è un’opinione individuale, ma un pilastro ideologico del sistema economico dominante.

Gli interessi in gioco sono enormi:

  • L’industria zootecnica vale miliardi e dipende strutturalmente dall’occultamento della violenza;
  • Il settore venatorio muove economia (armi, licenze, turismo) e voti (i cacciatori sono una lobby organizzata e ben rappresentata);
  • Entrambi i settori temono il cambiamento culturale delle nuove generazioni, più sensibili alla questione animale e ambientale.

Per questo la scuola diventa un campo di battaglia. Chi controlla la narrazione educativa controlla la riproduzione ideologica. Normalizzare lo sfruttamento animale fin dall’infanzia significa produrre adulti che non metteranno mai in discussione il sistema.

Oltre l’indignazione: costruire resistenza

Di fronte a questa offensiva sistematica, la risposta deve essere politica e organizzata, non solo morale e individuale.

1. Smascherare la falsa neutralità
I materiali scolastici su carne, latte e caccia non sono “informazione oggettiva”, ma propaganda industriale. Vanno denunciati pubblicamente come tali, documentando punto per punto le omissioni e le falsità.

2. Rivendicare spazi di contro-narrazione
Se le lobby dello sfruttamento hanno accesso alle scuole, anche il movimento antispecista deve pretendere parità di accesso. Progetti sulla possibilità di un rapporto nuovo tra la specie umana e tutte le altre vanno moltiplicati e difesi da ogni tentativo di censura.

3. Costruire alleanze con insegnanti e genitori
Moltə docenti sono a disagio con questi materiali ma si sentono isolatə. Vanno supportatə con materiali alternativi, formazione, reti di solidarietà.

4. Politicizzare la questione animale
Lo sfruttamento animale non è una questione “di sensibilità personale”, ma un sistema economico-politico che va affrontato come tale: con analisi strutturale, mobilitazioni collettive, rivendicazioni legislative.

5. Non cedere alla retorica del “rispetto delle opinioni”
La violenza sugli animali non è un’opinione legittima tra le altre. È violenza, punto. Come non “rispettiamo l’opinione” di chi difende il razzismo o la violenza di genere, non dobbiamo “rispettare” lo specismo quando si maschera da tradizione o cultura.

La scuola deve diventare uno spazio di liberazione, non di riproduzione della violenza normalizzata. Ogni volta che un materiale scolastico mostra mucche felici nei pascoli senza mostrare la separazione dai vitelli, ogni volta che si parla di “filiera” senza parlare di sgozzamento, ogni volta che la caccia viene chiamata “amore per la Natura” invece che uccisione, si commette violenza pedagogica su bambinə, a cui si nega il diritto di conoscere la verità per poter scegliere liberamente.La battaglia per una scuola antispecista è parte della lotta più ampia per una società giusta. Non si tratta di “imporre il veganesimo”, ma di pretendere onestà educativa: che ai bambini sia detta la verità, tutta la verità, anche quando è scomoda per chi fa profitti sulla sofferenza animale. Difendere il “Diario Amico”, contrastare i programmi di propaganda come “Latte nelle Scuole”, respingere l’invasione venatoria nelle aule: sono atti politici necessari. La prossima generazione ha il diritto di crescere senza menzogne. E gli altri animali hanno il diritto che la loro condizione non sia più invisibile.

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