“sono sinceramente stanco di essere criminalizzato per il lavoro che svolgo, e che porto avanti con dedizione e passione, da un manipolo di persone e giornalisti spinti solo da una visione puramente ideologica, che gettano fango sul sistema allevatoriale italiano”
Inizia più o meno così la lettera di Paolo Petruzzi, allevatore di vacche da latte, il quale scrive un disperato appello pubblicato sul sito Ruminantia accusando la “lobby ambientalista” di fare propaganda ideologica contro il settore a cui appartiene. Prendiamo spunto da questa sua missiva per analizzare quanto sia in realtà più ideologica e propagandistica la visione antropocentrica e specista di chi lavora nel settore zootecnico rispetto all’evidenza dei fatti.
“con il loro potere mediatico (la lobby di cui sopra, ndr), sono in grado di influenzare le masse, inculcando l’idea che i prodotti di origine animale siano malsani e derivino da animali maltrattati. Per questo motivo ti mando una foto, di me con una delle mie vacche, che sembra essere più un animale da compagnia piuttosto che da reddito.”
Sorvoliamo sul reale potere imputato alla lobby ambientalista – se così fosse ci sarebbe stata una rivoluzione, quantomeno culturale, sul nostro rapporto con gli altri animali sfruttati, e invece nisba – soffermiamoci invece sul bucolico ritratto fatto dal Petruzzi che somiglia tanto a quello proposto qualche mese fa dal ministro Lollobrigida che si era lasciato fotografare intento ad accarezzare una “produttrice di proteine femminizzate” (cit.) parlando di “benessere animale”.
Allora chiediamo al “coccoloso” allevatore in che modo venga prodotto il latte: ogni quanto tempo le vacche subiscono violenza sessuale (l’inseminaziona artificiale forzata non è niente di più e niente di meno) che permette una produzione media di 60 litri di latte giornaliero e che fine fanno i vitelli che partorisce le sue vacche?
“Questa è una foto contro tutta la disinformazione e l’informazione malata e ideologizzata, contro i vari docufilm “Food for profit”, (…) perché quello che si vuole colpire è tutto un sistema, e non il singolo allevatore disonesto. Sono stanco della generalizzazione, le mele marce sono in tutti i sistemi sociali ed economici ed in tutte le varie categorie di lavoratori, politici, giornalisti, ecc.., però non si fanno docufilm o inchieste per colpire tutto un sistema, come invece avviene per la zootecnia.”
Bravo Petruzzi! Hai colto il problema, pensa che nemmeno certo attivismo vegan punta al sistema bensì a colpevolizzare il comportamento dei singoli e invece è proprio l’intero sistema dell’agribusiness che va colpito in quanto responsabile materiale dello sfruttamento dei corpi di chi viene fatto nascere al solo scopo di restare chiuso in gabbia o in un recinto per tutta la breve non-vita fino alla data di scadenza impressa dai ritmi del sistema produttivo. Senza contare lo sfruttamento e il ricatto nei confronti della manodopera umana e il disastro ambientale che si continua a negare nonostante i dati dicono che l’industria zootecnica è seconda soltanto a quella dei combustibili fossili.
Petruzzi ti sbagli quando dici che non vengono fatti documentari di denuncia su dinamiche sistemiche, basta fare un po’ di ricerche online per scovarne a decine in cui vengono denunciate l’industria del tabacco e della farmaceutica; lo stato di sorveglianza e quello delle carceri; sulla malasanità e sui meccanismi spesso occult(at)i della finanza.
“Gli animali cosiddetti da reddito, o meglio i loro prodotti, ci accompagnano dalla colazione fino allo spuntino di mezzanotte, intorno a questi prodotti si riuniscono le famiglie e gli amici, intorno ad una tavola cresce e si consolida la cellula della società civile, si litiga e si fa pace, si discute e ci si ama, e, caso strano del destino, tutto nasce da quei “cattivi” allevatori che con ogni condizione climatica si dannano l’anima per il bene dei loro animali.”
Qui Petruzzi sfoggia l’ideologia antropocentrica con quella nonchalance degna di uno schiavista nell’America del 1700 mostrando quanto le individualità di maiali, vitelli, galline, pesci e vacche si smaterializzano, letteralmente, per dare vita alla nostra società civile umana. Corpi trasformati in prodotti o in macchine che lavorano a ciclo continuo fino alla rottamazione finale (vedi alla voce “macello”). Il “buon” Paolo si mostra navigato sociologo occultando però completamente la vita sociale, le relazioni affettive, nonché tutta l’etologia negata a quegli individui oppressi perché nemica del profitto. Ricordiamo al “buon” allevatore che le dipendenze culturali, economiche e sociali dalla carne e dai derivati animali, sono costruzioni modificabili della società umana. Proprio come l’abolizione della schiavitù umana o la liberazione dei gruppi oppressi hanno comportato cambiamenti significativi, anche il superamento della dipendenza dagli animali per cibo o altri beni può essere vista come una trasformazione possibile e necessaria per eliminare la violenza sistemica verso altre specie evitando le narrazioni romanzate il cui unico interesse e sempre, e soprattutto, la massimizzazione del profitto.

“(…) il benessere animale non sono quattro regole da dover rispettare, scritte da dei burocrati su una poltrona, sospinti da lobby ambientaliste sempre più forti finanziariamente e politicamente, il benessere è tutt’altra cosa. E’ svegliarsi alle 2.00 del mattino per assistere una vacca con parto distocico, è correre in azienda se si blocca il carro dell’alimentazione alle 3.00 di notte, con il rischio di lasciare la mandria senza cibo fino al mattino seguente, è fare di tutto per salvare un animale da una setticemia fulminante, sapendo già che non ci si riuscirà, ma lo si fai ugualmente.”
Ritorna il leit-motiv del “benessere animale” come dovere morale nei confronti delle vacche. Il racconto qui oscilla tra la passione e il martirio di chi si immola per la causa “salvando” un animale di altra specie che avrà comunque vita breve, in media 5 rispetto ai 25 anni stimati.
E pure qui tocca ripeterci, sperando serva per fissare meglio i concetti: Il benessere di cui tanto vi sciacquate la bocca è funzionale soltanto a quanto quell’animale produce. Diversamente vengono meno tutti i diritti basilari. E lo diciamo in modo più esplicito: Paolo, tu e gli altri paladini del “benessere animale” riservereste così tanto “amore e cure” pure se tutte le tue vacche fossero improduttive come gli animali da compagnia a cui le paragoni?
“Una delle tante critiche rivolte agli allevatori afferma che è innaturale allevare gli animali per l’alimentazione umana; allora, analogamente, si può dire che è innaturale tenere gli animali negli appartamenti, animali nati liberi e selvatici, è innaturale selezionare animali di taglia sempre più piccola per assecondare le voglie di una società fortemente urbanizzata, è innaturale “vestire” i cani o gatti con i cappottini per il freddo, quando in natura hanno la pelliccia. Tutto questo non è solamente innaturale, è soprattutto immorale.”
Paolo il combattente, si firma così, conclude il suo appassionante sproloquio attaccando “provocatoriamente” chi vive con animali “domestici”. Al di là del paragone usato soltanto per smarcarsi dalle accuse rivolte alla sua categoria, questa è una critica che può trovarci d’accordo se fatta per superare realmente il nostro rapporto disfunzionale con (e soprattutto) i “pet”. A riguardo ne abbiamo parlato già in altri post, ci limiteremo ad aggiungere che non va contrastato soltanto il settore in cui lavora Petruzzi bensì l’intero sistema di relazione con gli altri animali. La questione non è cambiare il giudizio sugli allevatori, non esistono allevatori buoni, ma di riconoscere che gli animali di altra specie non dovrebbero essere utilizzati per profitto o beneficio umano in alcun contesto, e di lavorare per una società in cui tale sfruttamento sia considerato superato a livello culturale e socio-economico.
In conclusione: Paolo, sei talmente accecato dall’ideologia antropocentrica e specista da non accorgerti che quelle non sono stalle ma prigioni; che quella vacca che accarezzi in foto tra pochi anni finirà ammazzata perché lo hai deciso tu (proprio come accade col “troppo amore” femminicida) e il sistema produttivo che te lo impone; e che il tuo settore è co-responsabile della devastazione della biodiversità e della crisi climatica a cui ci stiamo già abituando senza pensare ad un collettivo cambio di rotta. Tu però continua pure a credere di essere dalla parte giusta della storia. Finché ti verrà concesso.


