L’ANIMALE UMANO CHE DUNQUE SONO(e che non riconosco)

Entrare con un singolo post nel conflitto tra Palestina e Israele sarebbe disonesto e riduttivo, tuttavia nei giorni scorsi si sono nuovamente accesi i riflettori sui territori palestinesi e sulla strategia di Hamas di liberarsi in modo risolutivo dalla morsa oppressiva di Israele per cercare quell’autodeterminazione strappata a morsi anno dopo anno fino a rendere Gaza una prigione a cielo aperto continuamente martoriata da esercito e coloni attraverso una politica aggressiva di repressione per “conquistare” centimetri di territorio palestinese:

quando ciò accade, appropriarsi ingiustamente e con la violenza (e il beneplacito di altre Nazioni), non fai altro che alimentare odio e accrescere la consapevolezza che la propria libertà, quella palestinese, non passa più attraverso risoluzioni di pace bensì con una resistenza bagnata dal sangue e, spesso, dal martirio.

In quanto attivistə con una visione antispecista volevamo però soffermarci sulle dichiarazioni fatte dal ministro delle difesa israeliana, Yoav Gallant, il quale durante una conferenza stampa ha affermato “Niente elettricità, niente cibo, niente benzina, niente acqua. Tutto chiuso. Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”.

Perché in qualsiasi contesto sociale – da occidente ad oriente – si tende a disumanizzare le persone o, peggio, ad animalizzarle?

Soffermandoci brevemente in ambito religioso possiamo tranquillamente affermare che quasi tutte le dottrine monoteiste, e quelle non animiste, ritengono solo gli umani dotati di anima. Questo semplice pensiero ha permesso la sopraffazione, lo sfruttamento, la violenza e la messa a morte di tutte quelle individualità di altra specie che, secondo i testi sacri, ne erano prive. Sostenere che gli altri animali non abbiano un’anima equivale, appunto, a relegarli nella sfera di mere macchine, oggetti e automi privi di (auto)coscienza nati per servire l’umano.

Allargando la prospettiva dell’animalizzazione in ambito culturale e sociale le cose diventano più complesse e meno percettibili. Nei millenni l’animale umano ha avuto bisogno del paragone con gli altri animali per definire la propria natura, uscendo da essa ed ergendosi superiore per poter dominare e soggiogare il resto del vivente. Esiste una tacita scala di valori inculcata in ogni individuo umano che consente di spostare le altre persone, renderle meno “umane”: più ci si avvicina alla definizione animale più si perdono privilegi, diritti, immunità, benefici. Ecco quindi che dichiarare “animale” una persona, un’etnia o una minoranza innesca meccanismi che facilitano e ne giustificano, senza sensi di colpa, la prevaricazione e l’annientamento.

Letteratura e storia ci vengono in aiuto attraverso testimonianze dirette di chi ha subito l’orrore dell’animalizzazione, ma anche di chi la impartiva. Un saggio interessante che tratta la questione è quello di Charles Patterson (“Un’Eterna Treblinka”) dentro cui troviamo i punti di contatto tra specismo e animalizzazione del nemico che, di volta in volta, veniva definito “maiale”, “selvaggio”, “scarafaggio”, “scimmia”, “bruto” e così via per essere distrutt0.

Affiancare una categoria umana a quella animale permette all’oppressore di convivere con la propria coscienza depotenziando le atrocità commesse perché alla fine si trattava “soltanto di animali” come se, citando Steven Best: “lo sfruttamento, la tortura, l’assassinio fossero perfettamente accettabili se inflitti ad animali non umani”. Per questo motivo il ministro israeliano ha spostato il popolo palestinese nella categoria animale, un escamotage retorico per spazzare via dalla faccia della terra chi vive confinatə in quei luoghi e resiste con ogni mezzo a disposizione.

Ed è tra queste pieghe che l’impianto sociale, politico, culturale ed economico regge le proprie basi per perpetrare la violenza sugli altri animali e su chi a loro viene accostatə.

Ed è in queste piaghe che bisogna agire scardinando il concetto di animalità, che ci appartiene e da cui abbiamo preso le distanze per creare dinamiche di oppressione intricate, interiorizzate e il più delle volte invisibili: siamo animali tra gli animali, non speciali ma specializzatə ognunə nella propria specificità.

Comprendere il punto di vista degli altri animali serve a comprendere noi stessə, la società umana, e l’abbattimento di un sistema socio-economico che ci vuole tuttə, a vario titolo, individui sfruttabili, manipolabili, docili, fragili, obbedienti, sacrificabili: Animali (umani), appunto.

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