In questi 3 anni di Antispeganuary abbiamo quasi sempre evitato di entrare nel dettaglio della comunicazione usata da chi promuove il Veganuary in Italia. Quest’anno facciamo uno strappo alla regola perché nella mail del 19 “ma le uova le mangi?” abbiamo riscontrato un passaggio, secondo noi, problematico. Eccolo:
“Questa mail contiene alcune informazioni sul trattamento crudele che le galline sono costrette a subire, ma non sono mostrate immagini forti. Speriamo davvero che la leggerai fino in fondo, perché crediamo che sia importante che ognuno capisca da dove provengono le uova. Ma se preferisci non farlo, scorri verso il basso fino alla nostra sezione ricette.”
Il messaggio tenta di sensibilizzare sul trattamento crudele delle galline negli allevamenti, tema centrale per spingere a riconsiderare il consumo di prodotti di origine animale. Tuttavia, offrire a chi legge la possibilità di “scorrere verso il basso fino alla sezione ricette” per evitare il contenuto principale significa depotenziarne completamente l’impatto. Permettere al pubblico di non leggere i dettagli di tali pratiche per “non urtare la loro sensibilità” equivale a legittimare tale processo di sfruttamento. Anche se, va detto, il singolo individuo non è che un piccolissimo ingranaggio di una struttura socioeconomica mostruosamente complessa che poco può fare da solə. Questa scelta conferma un atteggiamento pericolosamente diffuso, secondo cui è accettabile rifiutarsi di conoscere ciò che è scomodo e andrebbe cambiato.
Un’iniziativa come il Veganuary non dovrebbe permettersi questo tipo di indulgenza, perché non sapere significa non risolvere. La consapevolezza è il primo passo per il cambiamento, ma il cambiamento richiede il coraggio di affrontare (collettivamente) la realtà, non di evitarla. Anzi, il Veganuary potrebbe rappresentare lo strumento per scuotere le coscienze, facendo leva su verità scomode e innegabili che spingano le persone a riflettere davvero sulla sofferenza degli altri animali, come quella delle galline sfruttate per la produzione di uova, e sul modo in cui il sistema tratta questi individui per profitto. E invece rischia di essere l’ennesima iniziativa in cui si impara a cucinare vegetale in modo “apolitico”.
Concedere una via di fuga verso contenuti più “confortevoli”, come ricette vegetali, vanifica lo scopo sensibilizzante della comunicazione. Sebbene le ricette siano senza dubbio utili e stimolanti, non possono sostituire la necessità di mettere il pubblico di fronte a ciò che avviene all’interno del settore alimentare.
In conclusione, questo testo fallisce perché non ha il coraggio di spingere le persone oltre la loro zona di comfort. Il Veganuary, per avere un reale impatto, deve essere un invito all’azione che non lascia spazio all’indifferenza o all’ignoranza deliberata. Perché cambiare significa affrontare ciò che è scomodo, non evitarlo.


