L’inchiesta di Report sulla Leidaa di Michela Vittoria Brambilla (Fratelli d’Italia/Noi Moderati) ci regala l’ennesimo esempio di come il “business della compassione” sia vivo e vegeto nel movimento animalista italiano.
La lista delle spese della onlus animalista è un catalogo del lusso che farebbe impallidire Maria Antonietta: 2.550 euro per 15 bottiglie di “bevande di lusso”, 7.515 euro per auto blu, 3.290 euro per una singola notte in hotel con cena in camera. Perfino le piante del giardino privato dell’onorevole a Calolziocorte hanno goduto della generosità dei donatori: 488 euro per il noleggio di una piattaforma aerea per potatura.
D’altronde, cosa c’è di meglio di un giardino ben curato per pianificare la prossima campagna di “salvataggio animali”?
Ma la vera perla nascosta (mica poi tanto) è la società che commercia in salmoni e gamberetti, gestita tramite prestanome. La stessa parlamentare che si dichiara vegana e paladina dei diritti animali investe nello sfruttamento di esseri senzienti. Un po’ come dichiarare di essere esportatori di pace e democrazia mentre si producono armi o si chiede la deportazione della popolazione palestinese dal proprio territorio.
Questo caso mette a nudo tutte le contraddizioni di un movimento animalista mainstream che continua a cercare salvatori di qualsiasi colore politico nei palazzi del potere. Un movimento che predica il veganismo individuale come soluzione mentre i suoi “leader” si abbuffano in suite di lusso a spese di chi fa donazioni. Un movimento che carica il peso del cambiamento solo sulle spalle di chi consuma, mentre i suoi rappresentanti sguazzano nel sistema che dovrebbero combattere.
L’apoliticità del movimento ha raggiunto livelli grotteschi: ci si affida a chiunque prometta di “salvare gli animali”, anche se poi quegli stessi “salvatori” propongono di affondare i barconi carichi di esseri umani o negano diritti a persone trans (non ci riferiamo nello specifico a Brambilla, ndr). Come se le oppressioni potessero vivere in compartimenti isolati tra loro, come se lo specismo non fosse parte dello stesso sistema che produce razzismo, classismo e ogni altra forma di discriminazione.
L’idolatria animalista sforna di continuo nuove creature mitologiche: figure pubbliche che si ergono a paladine degli oppressi mentre spillano denaro dalle donazioni per eventi in hotel di lusso. “Dovremmo fare gli eventi alla pensione Mariuccia?”; “Dovremmo prendere la sede nelle periferie bronx di Milano o in un centro sociale?” si chiede sdegnata Brambilla nelle chat private. No, molto meglio il Principe di Savoia, ça va sans dire. Il classismo che trasuda da queste parole è lo stesso che permette di vedere gli animali come merci da gestire, che sia per “salvarli” o per commerciarli.
La verità è che il sistema di sfruttamento animale non si combatte affidandosi a singoli ed improbabili salvatori/salvatrici in auto blu. Così come non si combatte lo specismo con scelte individuali di consumo, dimenticandosi del sistema capitalista che mercifica ogni forma di vita. Non si scardina un sistema economico globale comprando il Vuna al supermercato o donando soldi a onlus che restano opache sulla gestione dei soldi ma che fanno affidamento sull’appeal del personaggio che ne è a capo.
La liberazione animale è una questione politica e collettiva che richiede un’analisi strutturale e un’azione organizzata dal basso che tenga conto delle intersezioni tra tutte le categorie oppresse. E questa liberazione può venire solo da una politica che non lasci indietro nessun vivente oppresso, che parta dalla classe fino alla specie. Una politica che, storicamente e ideologicamente, non può certo venire da quelle destre che hanno fatto della discriminazione e della gerarchia la loro bandiera. Chi oggi predica odio verso i migranti oppure ostacola gli scioperi di chi chiede diritti salariali adeguati non può essere credibile quando parla di compassione verso gli animali di altra specie. Chi teorizza la supremazia di alcuni esseri umani su altri non potrà mai comprendere davvero cosa significa lottare contro la supremazia della specie umana sulle altre specie.
La prossima volta che qualche personaggio pubblico o politico si proclamerà salvatore degli animali, chiedendo donazioni, ricordiamoci di chiedere: chi paga il conto dell’hotel? Quante bottiglie di champagne servono per liberare un maiale? O quale animale intendono “salvare”. E soprattutto: quanto ancora dovremo aspettare prima di capire che la vera liberazione animale non passa per le suite di lusso, per il populismo apolitico – quando non addirittura di destra -, per le onlus dei “vip” dai conti che non tornano mai, ma per la lotta collettiva contro ogni forma di sfruttamento?


