Il CACCIATORE È MORTO.VIVA IL BIOREGOLATORE

Di seguito il testo integrale del nostro intervento letto durante la Manifestazione #Stopcasteller organizzata Sabato 10 Febbraio a Trento da Assemblea Antispecista e
Sco.Bi Collettiva. Troverai anche il video e le grafiche dei 6 cartelloni esposti al corteo.

Ci sarebbe piaciuto dirvi che il “vecchio caro cacciatore”, così come veniva rappresentato fino a poco tempo fa, sia realmente in via di estinzione. In realtà le associazioni di categoria hanno trovato un modo più subdolo e probabilmente pure più efficace di generare un nuovo gruppo di individui armati di fucile, cambiando la forma semantica nell’immaginario comune, mandando in pensione la versione 1.0 del cacciatore .

Fondazione UNA – nata per volontà di Beretta e i cui soci fondatori sono l‘Università di Urbino, varie associazioni venatorie, le aziende produttrici di armi associate a confindustria  – hanno partorito un nuovo essere mitologico protettore della Natura: il bioregolatore, o più romanticamente descritto sui loro siti e opuscoli come “Paladino del Territorio”, astutamente sostenuto e difeso anche grazie all’aiuto politico di Coldiretti e dei vari ministri, assessori, sindaci, presidenti di Provincia schierati trasversalmente ma tutti amanti del binomio Beretta (carne e armi) e Natura… sì, ma quella morta, quella cacciabile nel nome di un concetto di biodiversità privatistico e senza alcun fondamento scientifico. E più in generale amanti di quella natura chiusa negli allevamenti o di quella da poter controllare e “prelevare”  quando diventa “problematica”.
Negli anni quante volte abbiamo assistito ad operazioni di “pulizia etica”, da parte di politici, uomini d’affari, lobby, o altre autorità che influenzano l’opinione pubblica e le dinamiche sociali, attraverso parole e termini che rincorrono, braccano, infettano la visione del reale per nasconderci le loro vere intenzioni, che sono SEMPRE, e sottolineiamo SEMPRE, volte a discriminare, opprimere, e trarre profitto sulla pelle di umani e altri animali. Qualche esempio?

Cominciamo con quei “carichi residuali” coniato dal ministro dell’inferno Piantedosi nei confronti dei migranti. Una definizione così raffinata da pensare che stiamo parlando di pacchetti in eccesso da smaltire dopo una vacanza.
E cosa dire del capolavoro della dissimulazione, quel “danno collaterale” che negli ultimi mesi si sente spesso nei confronti delle persone palestinesi? Un modo così elegante di etichettare la distruzione indiscriminata di vite come se fosse solo un piccolo inconveniente, un accessorio fastidioso all’interno di un conflitto.
Oppure quel vanto tutto Made in USA che prende il nome di “esportazione della democrazia”. Una democrazia imposta a suon di bombe e missili intelligenti che poi puntualmente vengono sganciati su civili innocenti.

Ma torniamo ai nostri bioregolatori a cui è stato dedicato pure un decalogo, che per questioni di tempo non leggiamo ma di cui riportiamo alcuni punti. Sono dannatamente seri quando stilano questa sorta di tragicommedia ambientalista, in cui i cacciatori vengono dipinti come eroi della natura. Parlano di  “salvaguardia della biodiversità” di “dialogo senza pregiudizi”, in realtà il cacciatore non  è altro che il primo anello di una filiera controllata di carne di selvaggina e la biodiversità una risorsa da sfruttare.  Così l’ambiente, deprivato della presenza scomoda dei grandi predatori,  si traduce in una merce da offrire al turismo e il selvatico diventa fonte di profitto per una carne buona perché naturale e sostenibile.  E qui in Trentino appare evidente che il danno degli “orsi e delle orse problematiche” viene risolto attraverso il “bracconaggio sostenibile” tollerato dalle istituzioni tramite silenzio assenso e a costo zero.

Un altro dei 10 punti di questo Manifesto del moderno cacciatore cita le attenzioni rivolte alle “comunità locali”, che di solito si trasforma in disinformazione e distorsione della realtà come pretesto per giustificare la caccia per sostituirsi a tutti quegli organi pubblici che hanno una formazione scientifica in nome di una gestione privatistica; mentre la dichiarazione di farsi “divulgatori nei confronti delle nuove generazioni, per raccontare il mondo venatorio” ovvero per manipolare ogni principio scientifico, etologico, ecologico, e sostituirlo con una visione di dominio e controllo funzionale dell’uomo sul vivente. Insomma si creano le basi per formare nuovi cacciatori a cui continuare a fornire armi e munizioni. Nel disinteresse delle reali necessità degli altri animali.
Ma qual è il vero prezzo che le comunità locali e nuove generazioni pagano per questa narrazione distorta e manipolativa?
Questo tipo di gestione trasforma l’ambiente in una mercificazione turistica, svuotando la natura della sua autenticità per adattarla a un modello controllabile e redditizio, creando una sorta di parco a tema ecologico senza rischi. In questo processo, la biodiversità diventa secondaria rispetto alla ricerca di profitto.
In sintesi, questo decalogo, e le nuove terminologie coniate, sono la prova eloquente di come il linguaggio possa essere distorto e manipolato per mascherare attività di predazione umana, farci accettare atrocità con un sorriso. Come si potrebbe definire questa nuova frontiera del greenwashing? Hunting washing? Cacciawashing? Coloro che detengono il potere sperano che nessun noti il trucco, che nessun veda le grosse crepe nascoste dietro la tinteggiatura linguistica.
Ma quanto è credibile questa storia dei bioregolatori?
La narrazione non è plausibile se si considera che dietro gli “eroi della natura” si nasconde anche la nascente industria della carne di selvaggina. Gli effetti concreti includono la riduzione di quella biodiversità ritenutata “problematica”, sempre secondo parametri di profitto o perdita di questo, e il deterioramento dell’ambiente.

E allora bioregoliamola noi questa farsa. Denunciamo, facciamo pressioni, sabotiamo i loro piani. Cerchiamo in modo compatto e organizzato strategie ed azioni concrete. Facciamo in modo che la nostra rabbia non vada sprecata, i nomi e le associazioni ormai sono note. Creiamo una rete antispecista consapevole, politica, che si avvalga di un solido supporto scientifico, che porti avanti quotidianamente una lotta alla cultura del profitto ai danni di altri animali, persone umane e Natura.

Nel 2024 non possiamo più affidarci al buon cuore, al karma, all’estinzione e al qualunquismo politico ogni volta che ci sono emergenze. Studiamo che tipo di armi utilizzano e facciamogliele esplodere in faccia. Facciamoci percepire non più come minoranza bensì come resistenza tenace.