Ci hanno segnalato il post “ANCHE SE SEI VEGANO” di Gabriele Bernardini (la somma e il totale, su IG), biologo che attraverso un’analisi un po’ superficiale (forse più per le dinamiche dei social che per disonestà intellettuale) prova a smontare la “purezza” delle persone vegan ignare invero di arrecare danni agli animali quasi quanto chi ha un’alimentazione onnivora. Ora, il post fa un giochetto retorico classico: prende un valore – il “benessere animale” (che benessere non è) e l’ambiente – e lo usa per disinnescare la pratica che quel valore lo difende davvero. Si parte da un dato vero, si costruisce un dilemma falso e si chiude offrendo come “compromesso ragionevole” qualcosa che lascia intatto il sistema da cui il problema nasce.
Per questo post volevamo ringraziare CSA Terrestra per l’aiuto prezioso in certi passaggi più tecnici e dove occorreva più competenza sul tema Agricoltura.
Bernardini sciorina numeri su polli, manzi e tonnellate di carne consumata in media da una persona onnivora durante l’anno. Niente da obiettare sui dati, certo non sono neutri quando si tratta della vita di esseri viventi che smettono di essere tali e vengono letteralmente fatti a pezzi e trasformati in kilogrammi di carne, ma non è questo il focus della nostra analisi, quindi andiamo avanti. Un’altra precisazione onesta, perché serve, chi ha scritto il post non ci sembra uno strawman degli allevamenti e della zootecnia piuttosto è uno che tende al riduzionismo. Il problema del suo post è cosa fa l’argomento trattato una volta messo in circolo, quando si danno informazioni parziali per portare avanti una tesi screditante.
Vuoi più bene alla mucca o alla gallina?
L’intera impalcatura “preferisci uccidere un manzo o quaranta polli?” sta in piedi solo accettando in partenza che qualcuno debba essere ucciso. Esiste una terza opzione che il post finge di considerare e poi liquida con un “qualcuno dirà: diventare vegano”.
Il suo è utilitarismo travestito da pragmatismo perché dopo i dati “neutri” costringe a scegliere la vittima con il miglior rapporto costo/beneficio. Una logica che giustifica qualsiasi cosa ai danni di chi diventa sacrificabile, purché i numeri tornino. E parte un’invettiva non originale per smontare “il mito della coerenza vegan” (questo non lo ha scritto lui, ma è il sottotesto del suo post).
Sai cos’è il Crop Death? Sì lo sappiamo.
E sì, l’agricoltura uccide altri animali. Lo sappiamo, lo diciamo e ce ne facciamo carico. L’equivalenza tra “topo investito da una mietitrebbia” e “scrofa che vive due anni in una gabbia parto larga settanta centimetri” o “galline stipate all’inverosimile in un capannone” funziona solo cancellando la differenza tra un danno accidentale e un sistema costruito apposta per produrre e sfruttare quei corpi: Il primo è riducibile con altre pratiche che cercano di essere meno invasive possibile; il secondo è il prodotto stesso, l’obiettivo industriale, che nemmeno gli allevamenti estensivi risolverebbero.
Quel sistema agricolo che descrive – arature distruttive, pesticidi, monocolture, distruzione di habitat – è in larga parte il sistema agricolo che serve a sfamare gli allevamenti (lo accenna eh, ma la info passa in secondo piano) poiché il 70% della superficie agricola dell’Unione Europea è destinata a produrre mangime e foraggio per gli animali invece che cibo per le persone, con il 63% delle terre arabili dedicato ai mangimi e il resto al pascolo. A livello globale, l’allevamento usa circa l’83% dei terreni agricoli, soprattutto per coltivare mangimi, e il 77% della soia finisce nella produzione di carne e latticini, non certo per fare il tofu. Le foreste sudamericane non vengono rase al suolo per coltivare seitan. Citare le crop deaths senza evidenziare bene – con i dati, come ha fatto per gli animali macellati poco prima – che gran parte di quei raccolti sostiene proprio gli allevamenti vuol dire fare contabilità spicciola.
L’altra agricoltura mica è folklore
La scomparsa della biodiversità di campo viene dalle economie di scala: macchinari sempre più grossi, costo del lavoro abbattuto, terreni lavorati fino agli argini (anche dove è vietato), erba trinciata in fioritura (anche dove è vietato), arature aggressive (sconsigliate nel biologico). Esistono modelli – biologico, biodinamico, sinergico, rigenerativo – con impatti molto più bassi su suolo e insetti. Trattarli come pratiche folkloristiche per tenere in piedi la narrazione “tanto è tutto un compromesso” oltre che disonesto intellettualmente è pure parziale nell’informazione (insomma informazioni puntuali solo dove conviene).
Poi ad un certo punto scrive “Agricoltura vegetale” che è un’espressione curiosa perché in qualche modo lascia intendere che esista un’agricoltura dedicata alle persone vegane e un’altra che nutre gli onnivori senza usare piante. Pomodori, grano, riso, fagioli, mais li mangiano tutt3 e la cattiva agricoltura ha lo stesso impatto su tutt3 ma cucirla addosso a chi non mangia animali serve solo a far passare il problema come conseguenza della scelta vegetale, quando è il contrario.
Veganismo non è equivalente ad ambientalismo.
Per chi non lo sapesse, il veganismo è una pratica che si oppone allo sfruttamento degli altri animali, che poi porti pure benefici ambientali è un effetto collaterale gradito. Ma non cammina mano nella mano con l’ideale ambientalista tant’è che la maggior parte delle persone che si definisce così (come pure associazioni e partiti) non prende seriamente in considerazione la scelta di mangiare completamente vegetale poiché gli animali restano soggetti sfruttabili, anche in minima parte, ma pur sempre rappresentati come nutrimento per la società umana. E qui sta l’enorme differenza tra ambientalismo e veganismo: il primo non porta benefici collaterali agli altri animali mentre la pratica vegan sposta l’asse dei benefici pure alla salute delle persone e all’ambiente.
Attenzione: contenuto infiammabile
“Ridurre senza eliminare” è un suggerimento sensato solo se la posta in gioco è la sola CO₂, se invece dentro c’è anche la vita di chi viene allevato e ucciso, ridurre vuol dire ucciderne meno, ma non smettere del tutto (d’altronde mica stiamo decidendo della nostra vita).
L’autore lo sa, infatti l’etica nel post non viene mai affrontata realmente, la narrazione delle Crop Deaths e dell’ambientalismo utilitarista gli serve per dimostrare l’incoerenza nelle persone vegan. Che poi, possiamo pure essere d’accordo con lui sulla problematicità di persone vegan che si ergono moralmente guardando al veganismo come ad una pratica di purezza. Tuttavia in ogni categoria sociale esistono cerchie di individui con posizioni discutibili, indicare questi come se fossero tutti così però è fuorviante e serve soltanto a screditare la pratica antispecista in toto, oltre che a buttarla in caciara per generare contenuto “facilmente infiammabile”.
Chiusura da manuale dell’utilitarismo perfetto
Poi conclude con una trovata “se proprio avete un’etica e non ve la sentite di sacrificare una mucca o 40 polli ho un alternativa valida con risvolti etici minimi: mangiate i bivalvi, probabilmente non provano dolore cosciente (questo dicono gli zoologi), quindi via libera.”
Qui si ritorna a quell’utilitarismo tanto caro pure al superato Peter Singer, si tratta di argomentazioni che ciclicamente tornano per giustificare l’assoggettamento, la violenza, lo sfruttamento e la morte di altri esseri viventi ritenuti privi delle capacità “giuste” e comparabili a quelle umane (non troppo vicino all’umano ma nemmeno del tutto vegetali).
Il criterio “se sento meno il loro dolore, posso disporne” è esattamente quello che ha autorizzato tutto quello che siamo qui a discutere.
Concludiamo pure noi, le crop deaths ci interessano davvero, e infatti vogliamo un’agricoltura diversa: con meno pesticidi, più siepi, fine delle monocolture per mangimi, lavoro contadino dignitoso, porzioni di terra restituita a chi la abita.
Questa poteva essere esattamente il tipo di critica all’intensivo che un biologo riduzionista dovrebbe condividere, anche con noi, invece di usarla per dimostrare che “anche i vegani” ammazzano animali. Un’altra buona occasione persa per costruire alleanze contro il sistema antropo-capitalista in cui viviamo.


